ROCKETS

Da bambina fino alla fine dell’adolescenza ho avuto un’amica, del cuore, con la quale come tutti nella vita, condividevo tutto. Era un vero maschiaccio, anzi forse piu’ che quello, era un tipo femminile, riconducibile a certe leggendarie amazzoni. Una vera scavezzacollo, era la disperazione di mia madre, che vedeva in lei una “cattiva maestra”. Nonostante, fischiasse con due dita in bocca, tirasse sassate mortali ed era il piu’ spietato Geronimo che la storia ricordasse, amava i tacchi alti, i trucchi e tutti quegli accessori femminili in gran parte superflui. Io ero il suo vice, praticamente come lei amorevolmente amava descrivermi, “la sua palla al piede”. Non fischiavo, in “battaglia mi davo per dispersa”, i sassi non li vedevo nemmeno ed il mio nome indiano era “mustang” ovvero cavallo selvaggio. Selvaggio, si’ , ma pur sempre cavallo, erbivoro, preda, quindi “cacasotto”. Aveva comunque un carattere dominante e normalmente le sue amicizie finivano presto, io che fin da piccola fui dotata di una pazienza infinita, ero come la sua anima gemella. Una delle grandi passioni della mia amica era il carnevale, come una vera carioca, cominciava un anno prima a straziarmi, sul vestito da mettersi per l’anno dopo. Molti dei nostri travestimenti li preparavamo in casa, il piu’ delle volte riciclando stoffe ed accessori a disposizione. Ma c’era un posto a Padova dove si trovavano delle cose molto particolari. Era un negozio vicino alla stazione “IL ZAPATA” . La’ c’erano per lo piu’ indumenti usati americani, anche dell’esercito, una specie di isola del tesoro. Cosi’ con tutti i risparmi noi facevamo  delle incursioni mirate, sapendo dal titolare, che il tal giorno sarebbe arrivato il tal articolo. Quell’anno decidemmo di cercare assieme la’ qualcosa di adatto per il carnevale. Naturalmente la mia amica cercava qualcosa di speciale, io un po’ meno. Il gentile titolare, essendo noi affezionate clienti, tutte le settimane facevamo una capatina, ci fece vedere il magazzino al piano interrato. Quando accese la luce ci trovammo davanti ad un deposito intero di vestiti da sera. Io fui sul punto di svenire, mi sentii come Aladino nella grotta delle pietre preziose. La mia amica dopo uno sguardo veloce decise che non c’era niente di interessante, io invece adocchiai un vestito rosa confetto in seta e schiffon, con strascico. Sembrava uscito dalle “fiabe sonore”, una vera principessa. La mia amica disprezzo’, ma non si oppose, nostante il suo progetto di quell’anno di travestirci, lei da Robin Hood ed io da sceriffo di Notthingam. Il problema era al punto di partenza, cosa si sarebbe messa per la mega-festina in garage, con frittelle e coriandoli? In quei giorni fu insopportabile, perche’ secondo il suo pensiero LEI doveva essere la regina della festa ed il SUO il costume piu’ bello. A quel tempo i nostri genitori non possedevano l’automobile quindi si andava in bus. Il giorno della festa arrivo’, mio padre, per non farmi arrivare con le mani in mano, mi compro’ qualcosa come sessanta pastine, in due vassoioni pesantissimi. Con il carico, la principessa “nuvola rosa” cioe’ io,  andai a casa della mia amica, la quale aveva tenuto ben nascosto fino ad allora il suo costume. Quando si apri’ la porta per un pelo non cacciai un urlo. Avevo di fronte un “umanoide pigmeo argentato”. Umanoide, perche’ aveva l’aspetto umano: braccia, gambe,busto e testa. Pigmeo, perche’ era particolarmente piccolo, visto che gli alieni non usano i tacchi. Argentato, perche’ era completamente ricoperto di alluminio esclusa la faccia pitturata d’argento. Il fratello nano dei Rockets. Era naturalmente la mia amica che si era inventata il costume da ufo, i suoi tanto adorati alieni. In pratica tutto era composto da una tuta, che aveva sottratto al padre, operaio in un colorificio, con incollata sopra la stagnola. Tal stagnola che le deve essere allora costata un occhio della testa, visto che la Domopack, ancora non esisteva. Il tutto con doposci ricoperti anch’essi e cerone argento sul viso. In testa capelli raccolti ed argentati. Un vero lavoraccio ed il risultato era appena passabile. Dopo una prima aspra critica sul mio costume, ci concentrammo sul organizzazione dello spostamento. Si’ perche’ come scopri’ lei, la stagnola e’ molto fragile e si strappa facilmente. Cosi’ ci incamminammo verso l’autobus, io con i vassoioni di paste e lei camminando come un robot. Strada facendo mi ragguardo’ sulla progettazione e costruzione del suo eccezionale costume. A quel tempo avrebbe preso una nomination agli oscar per i costumi ( per il  vestito da sposa disegnato da lei, l’oscar per gli effetti speciali ), sui gusti non si discute. In bus dovette rimanere in piedi e senza attaccarsi a nulla per non fare pieghe nel rivestimento. Arrivammo alla festa e quando il padrone di casa apri’ la porta, vedendo la mia amica disse:” Oh guarda un pollo al cartoccio.” Pensavo che l’alieno-amicadelcuore, lo smolecolarizzasse con uno sguardo. Passai l’intera serata ad accudire il costume dell’alieno, che nel tempo si disintegrava, cosi come il colorito argenteo. ImpegnatIssima, non riuscii nemmeno a baciare un girino. Solo a fine serata abbandonai l’ufo disteso su un divano e mi scatenai con un indimenticabile Marvin Gaye got to give it up.

D.R.C.

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