SAPORE DI MARE

C’e’ stato un tempo, dove tutti gli amici e i conoscenti di mio padre, si sono appassionati alla pesca. La pesca, una parola parlare di pesca. Il concetto di pesca di mio padre e’ quello che, pesca, vuol dire sofferenza. Il bravo pescatore non e’ tale se: non si alza all’alba, gode nel patire i rigori dell’inverno e il caldo torrido d’estate,  la fame e la sete, l’inedia piu’ assoluta, l’odore spaventoso delle esche che marciscono. Da qua si capisce che non tutti sono tagliati per essere dei provetti pescatori. Mio padre cerco’ di avviare piu’ di qualche amico alla divina passione per la pesca, riscuotendo pero’ scarsi risultati. Ci provo’ con me, portandomi a pescare in barca, dove inesorabilmente, a causa del mal di mare, finivo per tuffarmi dalla disperazione nel brodo delle sarde puzzolenti che servono per attirare i pesci, la PASTURA. Oppure da riva, di notte, dove io, dovevo nella piena oscurita’ tenere d’occhio la punta della canna per vedere se il pesce abboccava. Il risultato era, che tenere d’occhio un puntino nelle tenebre, rendeva me assolutamente piu’ cieca di quanto gia’ non sia e al pesce un notevole vantaggio per mangiare ed andarsene. Cosi’ lui veniva a controllare la mia canna, dove regolarmente erano attaccati pesci morti da piu’ di un’ora, alla fine demorse nell’intento. Una delle astuzie piu’ bieche del pescatore e’ attirare i pesci con la pastura. Questo prodotto non e’ altro che quello che resta delle sarde poco prima di finire nel cassonetto, si prepara mettendo la schifezza in un sacco di nailon, poi il sacco in uno di rete legato ad una cima. Il prodotto cosi’ ottenuto viene portato in barca ed al momento, opportunamente predisposto per essere gettato in mare, trascinato assicurato con la cima. Tra gli improbabili pescatori, c’erano due professori, Antonio e uno a cui gli amici avevano dato un curioso ed adeguato soprannome, Minestrina. Con una settimana di anticipo, comunicarono a mio padre l’intento di andare a pesca e chiesero di poter accedere ai piu’ nascosti misteri del mare e dei suoi abitanti. Mio padre tenne una “lectio magistralis”, li benedisse e si offerse di preparare la pastura. Ando’ il giorno dopo dal suo amico pescivendolo e compro’ gli ultimi 20 chili di sarde della giornata. Le porto’ al ristorante, le chiuse dentro ben tre sacchi neri, cosi’ non si sporcano disse e le abbandono’ fuori. La pastura, NON va lasciata fuori in luglio, al sole tutto il giorno, ma va messa nel congelatore e scongelata la notte prima dell’uscita in mare. La pastura, di Antonio e Minestrina, dopo una settimana si era spaventosamente gonfiata, solo allora mio padre si accorse della svista. Ma ormai non si poteva fare molto, il giorno fatidico era giunto. I provetti pescatori arrivarono alle 10 come se dovessero andare a bere un aperitivo alla terme, mio padre li guardo’ con un leggero disprezzo, consegno’ la pastura e li istrui’ su come usarla al meglio. Il lunedi’ successivo arrivo’, tramite un altro amico, il racconto dettagliato dell’avventura marina. Arrivati alla barchetta, alle 13, i due professori si avventurarono tra barene e laguna, trovarono il posto “x” dove, secondo mio padre, i pesci si attaccano all’amo da soli. Tirarono fuori l’attrezzatura professionale, prestatagli e finalmente la pastura. Il saccone gonfio, nascondeva dentro di se’ i miasmi di una settimana di sarde putrescenti. LO APRIRONO. La nube tossica li avvolse, uno alla volta, tanto che il secondo, vedendo il primo lanciarsi vestito in acqua, penso’: ” Ma aveva cosi’ tanto caldo?” Nuotarono fino ad una barchettina di vecchi pescatori, attoniti di fronte alla scena dei tuffi. Neanche i vecchi ed incalliti pescatori, che il mare lo avevano nel sangue, furono capaci di togliere dalla barchetta la pastura. Venne comunque tirata in porto e sanificata con litri e litri di candeggina. I nostri amici professori-pescatori, dichiararono, che per un anno non riuscirono piu’ a sentire l’odore del pesce neanche da lontano.   L’interno della barchetta venne, comunque, rifatto.

D.R.C.

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