MARINAI D’ACQUA DOLCE

ggi è venuta al lavoro, una nostra amica per raccontarci la sua festa del primo Maggio. Perchè, in quel giorno, compie gli anni suo marito e loro organizzano una bellissima festa, nella loro villa palladiana a Vicenza. Niente di snob, ma bensì una riunione di vecchi amici sessantottini, oramai cinquantenni e sessantenni, che se la godono. Tutti sono stati studenti-clienti e poi con il tempo, anche cari amici. La signora di oggi, ha una bella casa a vicino a Grosseto e un anno, siamo andati con la mia famiglia, a passare le vacanze. Mio padre è un patito per la pesca, oltre che a definirsi l’unico uomo che ragiona come i pesci e il più grande meccanico di motori diesel per barche. Qua ci sarebbe da scrivere molto, sulla interpretazione che io do, a queste affermazioni. A quell’epoca, avevamo una “topa,” barca da pesca a motore con poca chiglia, molto usata dalle nostre parti nelle valli del Po. Alla domenica quando uscivamo in mare, bisognava alzarsi all’alba, fermarsi dal pizzicagnolo a prendere i panini, rigorosamente di mortadella con i pistacchi e le sigarette. Poi era la volta delle corbole, piccole esche, tipo cicale di mare, tra l’altro costosissime, ma mio padre per i suoi pesci sceglieva sempre il top, d’altronde avrebbero mangiato come “al ristorante.” Si arrivava alla Michela, questo era il nome del barcone, bisognava fare un mucchio di cose, io dopo mezz’ora, mi ero già rotta le scatole. Per dirla tutta, tra una cosa e l’altra si partiva sempre alle undici. Funzionava così, le donne i bambini e gli animali, venivano scaricati nella prima spiaggetta a portata di mano, a parte io che mi scaricavo da sola, perché soffro il mal di mare, mentre gli uomini andavano a pesca. La giornata terminava con una grandiosa mangiata di pesce …. al ristorante. Dopo un po’ di tempo, si stufò della Michela e decise di comprarsi un gommone, ma usato però, perché oltre a tutti i sopraelencati pregi, mio padre ha anche il pregio di custodire i soldi con oculatezza. Praticamente è un taccagno della prima. Con questa meraviglia della scienza e della tecnica, partimmo per Grosseto. Da subito si capì che il trasporto del gommone, creava non pochi problemi, smontato occupava, con il motore, tutto lo spazioso bagagliaio. Noi eravamo in quattro, che tra i bagagli, gli attrezzi per la pesca e le derrate alimentari, avremmo poi fatto un viaggio lungo e scomodissimo. Arrivammo a destinazione, la nostra amica era in vacanza con la bambina di otto mesi, ed era là da un bel pò. Il giorno dopo fu destinato per il varo del gommone. Arrivammo al piccolo approdo con l’auto, là c’erano solo pochi pescherecci e pescatori. Ci guardarono subito con curiosità, forse dovuta al fatto, che non eravamo del posto, che avevamo parcheggiato dove nessuno nella storia aveva mai messo l’auto o forse perchè sembravamo appena scesi dal set di “Omicidio sul Nilo,” Ci eravamo vestiti come se avessimo dovuto varare l’Amerigo Vespucci. Cominciammo a scaricare il gommone dal bagagliaio, era completamente smontato e poi il motore. Mio padre faceva il direttore dei lavori, gli altri gli schiavi. Ci comandava a suon di parolacce venete. Nel frattempo si era creata una bella riunione di curiosi. Dopo un bel pò e di tentativi di montaggio falliti, mio padre ammise di non ricordarsi più come si assemblava il maledetto relitto. Erano le dodici faceva già molto caldo, si erano formate più scuole di pensiero tra gli astanti, su come agire in merito. Mio padre era in preda al delirio, come gli succede spesso, e aveva perso anche la calma. Le parolacce si erano trasformate in colorite bestemmie, la pressione saliva. Dopo un tempo infinito, noi finiti, il puzzle si risolse e il relitto fu montato. Salirono lui e mia madre, io ero ancora sospettosa. Cominciò così il primo tentativo di avvio, trazione vigorosa della cordicella e……….. niente neanche un segno. La scena si ripeté all’infinito, finché mio padre ormai preda alla rabbia canina,  circondato da tutto il paese,  si provocò un mostruoso strappo alla spalla e crollò sfinito. Gli spettatori mossi da pietà ci aiutarono a ritirare il relitto. Il giorno dopo mio padre con un un  vistoso bendaggio, ci costrinse a portare il “maledetto” dal meccanico. Il meccanico ci guardò con aria stupita, ma al tempo stesso sospettosa e disse a mio padre:” Ma la manopola della benzina l’ha girata?” Mio padre con uno sguardo inebetito, disse la sua bestemmia preferita. Al ritorno la nostra amica si unì a noi, con tutti i bagagli e tutta l’attrezzatura della bambina. Il relitto fu caricato montato, sopra il bagagliaio dell’auto e riempito di tutto il possibile. La giornata era nuvolosa e ventosa. Con il vento, il relitto più volte rischiò di decollare, rompendo le funi che lo tenevano legato. Così pensai che quell’improbabile gommone, magari sognava un giorno di diventare un leggerissimo dirigibile.

D.R.C.

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