L’ANZIANO RUSSO

L’ANZIANO RUSSOFeriolo, 13/09/2005

Che numero dobbiamo prendere? -, domandò mentre tentava di decifrare la mappa delle linee della metro. Segmenti colorati si intersecavano e diramavano in tutte le direzione, senza privilegiare alcuno dei quattro punti cardinali, e creando così una matassa multicolore nella quale solo un esperto si sarebbe potuto orientare.

Mah, penso che la 431 o la 472 vadano bene entrambe -, borbottò Cinzia poco convinta, – o almeno così ha detto Gabo.Gli amici spagnoli li aspettavano sul limitare della banchina d’attesa. Non capendo un accidenti di tedesco si erano tirati fuori da quella complicata operazione.

Un’imprecazione si liberò nell’aria, quando l’ennesimo tentativo di ottenere un biglietto non andò a buon fine. Quella macchinetta infernale richiedeva, in ordine perfetto, tutte le precise informazioni necessarie a stampare il rettangolino rosa smorto che avrebbe consentito loro di viaggiare con le spalle coperte fino alla mezzanotte. Il problema consisteva nel fatto che ad ogni errore la trafila doveva necessariamente riprendere da capo. Ma che accidente… -, l’ennesima serie di parolacce non prese il volo, zittita da una mano nodosa e spruzzata di pelo scuro, che si era infilata sulla destra e tentava invano di inserire una banconota da cinque euro nell’apposita fessura. Mi scusi! un attimo ed abbiamo finito -, sorrise lui nervosamente alla volta di un anziano tracagnotto con due terribili denti dorati, che facevano capolino a lato della bocca ogni qual volta questa si apriva nell’atto di sbuffare per il caldo. La giornata era in effetti curiosamente soleggiata e luminosa, dopo il gran temporale della notte passata, e l’aria si era fatta di colpo calda ed estiva. Proprio in quel momento, il sole era stato velato da una nuvola, una delle molte che nei giorni precedenti si erano rincorse nel cielo di Berlino, ed il riflesso opaco sui binari, che si perdevano in ampie curve fra edifici semi abbandonati, sembrava quasi far presagire un tramonto ben lungi da venire. Sì, beh, comunque non è che si capisca tanto da questa cartina. Potevano mica farla un po’ più semplice? Sono tedeschi… -, sorrise Cinzia, tirando nel contempo un’occhiata di traverso al signore che ancora stazionava al loro fianco. Lui, leggendo in quello sguardo rubato un cenno di via libera, tentò nuovamente di inserire la banconota con mano tremante.

Un attimo, per favore -, ripeté lui, spazientito. Il vecchio sollevò due cespugliose sopracciglia brizzolate, alla cui ombra si muovevano occhi vivaci su un terreno arso e scabroso segnato dal tempo. In un sorriso d’orato borbottò : “Alexanderplatz!”. I due ragazzi si tirarono un’occhiata dubbiosa e fecero finta di nulla. Ormai la meta era vicina e presto avrebbero conquistato l’ambìto biglietto. Nulla contava a quel punto contava di più, trofeo di uno scontro titanico contro la precisione teutonica. Nel giro di pochi istanti, in uno squillo di trombe fantasma, la macchinetta grattugiò fuori il cartoncino da convalidare, accompagnato da ben due centesimi di resto.

Cinzia lo afferrò come si potrebbe presumibilmente afferrare dell’acqua nel deserto e corse a mostrarlo agli amici spagnoli, con ampio ed orgoglioso gesticolare.

Lui rimase per un istante sotto la volta metallica che sovrastava la banchina d’attesa. Quell’abito antico che indossavano sempre le città tedesche era qualche cosa che lo affascinava da tempo. Era un vestito evidentemente vecchio, ma che tradiva il nuovo che aveva accompagnato la ricostruzione dopo la Guerra. S’immaginava come dovesse essere apparso tutto qualche decennio prima, dopo l’ennesimo raid aereo, dopo l’ennesimo bombardamento, con la gente che cercava una via di fuga che spesso non esisteva. Poteva respirare ancora i fantasmi di quelli che erano morti per quelle terre e, più in là negli anni, di quelli che avevano tentato di riabbracciare un figlio separato nella notte da un muro nato dall’odio e dalla rivalsa degli uomini.

Alexanderplatz! La voce, con una forte cadenza slava, si era fatta largo fra i suoi pensieri così come prima la mano nodosa ed antica si era fatta largo fra i suoi movimenti. Elementi diversi del medesimo mondo. Che linea deve prendere? -, domandò all’anziano signore voltandosi e mettendolo, per la prima volta, bene a fuoco. Portava un cappello ed un cappotto che lo facevano sembrare un boss malavitoso degli anni Cinquanta. Ma il grosso anello d’oro (forse) che portava al mignolo, corrispondeva perfettamente al clichè dell’anziano russo che lui aveva in mente. Le scarpe scure, il corpo robusto, e la camicia tinta unita completavano il personaggio.

Alexanderplatz! -, ripetè questi senza il minimo dubbio. Si voltò verso la macchinetta e tentò nuovamente di infilare la banconota da cinque euro nella fessura per le carte di credito. No, un attimo, lasci fare -. Si allungò in avanti, da buon boy scout (lui li odiava, i boy scout), ed infilò i soldi nella fessura corretta, dopo esserseli fatti consegnare non senza qualche difficoltà. Tak! -, se ne venne fuori l’anziano con un sorriso che rifletté per un attimo un raggio di sole. “Polacco”, pensò lui rispolverando vaghe nozioni di quella complicatissima lingua.

Proszę -, azzardò in tutta risposta. Il vecchio non diede cenno di aver inteso.  Mi sa che non è polacco -, borbottò, ricordandosi però in quel preciso istante, che in effetti in polacco “Tak” significa “Sì”. Come a voler sedare dubbi e crucci ulteriori, la macchinetta stampigliò a tempo di record il nuovo biglietto. La S-Bahn arriva fra un paio di minuti -, lo avvertì Cinzia dai binari. Ok! -. Fece un cenno con la mano, poi si voltò verso l’anziano russo (chissà perché ormai si era convinto che fosse tale). – Dove deve andare? -, tentò in tedesco, ma senza alcun risultato. Il suo interlocutore stava tentando di leggere la cartina delle linee della metro. – Capisce quello che dico? -. Evidentemente no, visto che nemmeno con l’inglese fece una piega.  Alexanderplatz! -, azzardò infine di colpo. Il vecchio lo guardò illuminandosi. – Alexanderplatz! -, gli fece eco, dipingendosi poi una smorfia di disappunto e gesticolando in malo modo verso l’incomprensibile piantina. Seee, Alexanderplatz -, sbuffò lui cercando la fermata in questione sul tabellone.

Ma che stai facendo? -, gli chiese Cinzia avvicinandosi.

Sto tentando di dare una mano a questo tizio.

Al vecchietto?

Esatto

Dove deve andare? -, domandò la ragazza all’anziano russo.Lascia perdere, non capisce nulla! Parla solo russo.

E tu come fai a sapere che è russo?

Boh, mi sembra che possa essere russo. Comunque né tedesco, né inglese, né spagnolo… e nemmeno polacco -, decise in ultima. – L’unica cosa che mi sembra chiara è che deve andare ad Alexanderplatz. Ci passiamo anche noi -, comunicò candida Cinzia.

Bene! Allora magari ce lo portiamo dietro.

Il fremere dei vetri in plexiglas della bacheca annunciò l’arrivo della S-Bahn.

E’ la nostra?

Sì.

Allora andiamo… venga, a n d i a m o -, disse alla volta dell’anziano russo.  Parlava come si parla ad un bambino di pochi mesi: lentamente e con ampi gesti della braccia. Il vecchio, di rimando, sfoggiò l’ennesimo sorriso dorato e si diresse verso i binari.

No, non di là, accidenti! -. Fece due passi rapidi e lo superò, indicandogli, con gesto eloquente, l’altra direzione. Il vecchietto sollevò il cappello in segno di ringraziamento, ed emise qualche altro incomprensibile suono, poi trotterellò verso il treno in arrivo. La periferia della città scorreva rapida fuori dal finestrino, con i suoi monumenti all’abbandono industriale ed al decadimento delle cose che vengono semplicemente dimenticate in un angolo. Le anime metalliche di vetrate osservavano cieche dai uri di casermoni che si alternavano a cortili ingialliti dalla ruggine di scheletri a motore. In lontananza, verso il centro, le guglie dei nuovissimi grattacieli in vetroacciaio salutavano con la mano. Il vecchietto scrutava tutto questo come si scruta un mondo sconosciuto, e lui osservava il vecchietto come si osserva uno Spirito che entra nella tua vita in maniera inaccettabilmente improvvisa e decisa. Si impone alla tua attenzione senza che tu ci possa fare nulla, cambia la monotonia rassicurante della giornata, e tu inconsapevolmente ed inevitabilmente adatti la tua vita alla nuova presenza. Guardò per qualche istante quell’anziano personaggio che se ne stava naso per aria, ed osservava con estremo interesse ora le gambe di una giovane donna ora la mappa con le diverse linee. Chissà cosa gli passava per la testa. Insomma, è già difficile a volte per un ragazzo giovane andarsene in giro in una città straniera, figuriamoci per una persona anziana. Ma forse in fin dei conti cose come quella in una città come Berlino erano all’ordine del giorno. C’erano talmente tante persone, sole o in compagnia, straniere o meno, spiriti liberi o incatenati dal dolore sotto il cielo di quella città, che uno non si sentiva mai solo… almeno al primo impatto… o magari tutto quell’esubero di vite faceva sentire ancor più forte il vuoto, dentro e fuori.

Alexanderplatz! -, sbottò di colpo il vecchietto, strappandolo nuovamente ai suoi pensieri. Stava indicando un punto non ben definito sopra la sua testa.

Deve aver trovato la fermata -, commentò, non senza soddisfazione, Cinzia.

Sì, ma guarda bene. Sei sicura che ci passiamo pure noi? A me sembra che si debba cambiare.

Accidenti, mi sa che hai ragione. Come facciamo? Il vecchietto, forse intuendo una complicazione, iniziò un lungo discorso fatto di toni ammiccanti e pacche sulle spalle ai suoi giovani accompagnatori. Ovviamente nessuno di loro capì un accidente di tutto quel discorso, ma la voce forte di quel personaggio attempato, la sua mimica rugosa, il suo sorriso dorato, insomma tutta la sua persona lasciarono loro un retrogusto di dignitoso rispetto per lui, che se ne andava a spasso per la città enorme.

Dove deve andare? -. Una ragazza dai lunghi capelli scuri si era avvicinata. Aveva parlato in un italiano stentato.

Possiamo parlare i tedesco -, le sorrise lui. – Deve raggiungere Alexander- platz, ma parla solo russo, credo, e quindi… La ragazza non lo badò più, ed iniziò tranquillamente a conversare con il vecchietto che, illuminandosi per aver trovato una persona che comprendesse i suoni da lui emessi, si mise probabilmente a raccontarle la storia della sua vita. O magari no, magari le raccontò solo di quella giornata incredibile, a spasso per i viali di Berlino. I due, il vecchio russo e la giovane, scesero alla fermata successiva con un cenno di commiato.

Speriamo bene -, brontolò lui, allungandosi sul sedile giallo ocra con intarsi azzurri. La città scorreva rapida oltre i finestrini rigati, mentre la S-bahn seguiva il binario ad anello che correva tutt’attorno al centro di Berlino. Lo abbracciava, asola di metallo, e metteva in comunicazione tutte la parte dello stesso organismo cittadino.

Chissà che fine avrà fatto quel vecchietto -, se ne venne fuori lui mentre alcune vecchie architetture industriali facevano bella e rapida mostra di sé.

Magari c’era qualche nipote ad aspettarlo alla stazione.

Ma ti pare possibile che uno se ne vada in giro senza spiccicare nemmeno una parola di tedesco? E a quell’età, poi. Può essere pericoloso -, sentenziò deciso.

Si vede che era un uomo coraggioso -, concluse Cinzia alzandosi e preparandosi per scendere.

C.A.

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