LA SILHOUETTE

La  prima festina a cui partecipai fuori casa fu, un ultimo dell’anno era il 1975. Come primo problema, dovetti lavorare ai fianchi non poco i miei genitori, compresa mia nonna, lo zoccolo duro della famiglia, avevo allora 14 anni. L’evento “indimenticabile” doveva tenersi un può fuori città, avrei avuto come accompagnatore il figlio più piccolo della migliore amica di mia mamma. Di cui lei si fidava ciecamente. Finalmente dopo mille rassicurazioni e il giuramento da parte dell’amica di mia mamma, di uccidere il figlio, se non si fosse comportato a modo, ebbi il benestare dei miei e la benedizione di mia nonna. Il secondo problema era, cosa mi dovevo mettere, visto che il mio accompagnatore era un rivoluzionario pacifista. Immaginai che la festa si sarebbe svolta tra gente alternativa, giovane, che avremmo ascoltato i Genesis, Zappa e per i lenti qualcuno avrebbe portato i Pink Floid. Quindi dopo vere e proprie crisi isteriche, depressiono e sedute medianiche, confortata e supportata dalla mia migliore amica, decidemmo il mio look. Capelli raccolti in due trecce, tipo squaw, camicia over size di flanella verde a quadri, maglione di alpaca con lama, pantaloni di velluto a coste, clark. Un classico per una battuta di caccia all’orso. La camicia di flanella veniva estorta con destrezza dal reparto abbigliamento pesca di mio padre. Immancabile inoltre il mitico eschimo, che mia madre, nella vana speranza di vedermi un giorno vestita da DONNA, aveva soprannominato: la cuccia  del cane. Il mezzo era la vespa elaboratissima del mio amico che era stata di suo padre e poi dei fratelli. Partimmo da casa, dovevamo percorrere circa 7 chilometri, il cielo era carico di nuvole, erano le 9. Mio padre all’insaputa di mia madre ci aveva passato di nascosto una bottiglia di wisky, poi aveva dato un’occhiata al mio amico che secondo me gli provocò un impotenza mirata, nei miei confronti. Io ero felicissima, anche perchè tra me e lui stava nascendo del tenero e quando arrivai” tutta preparata” lui mi diede il nostro primo bacio dicendomi che ero bellissima. Partimmo faceva un freddo micidiale, ma la felicità faceva passare tutto. Arrivammo davanti alla villetta dei suoi amici, “amici”, scoprii subito dopo che lui era stato invitato da uno che a sua volta era stato invitato. Praticamente non conosceva nessuno, ma non importava io avevo lui. Si spalancò la porta del garage, la luce forte per un pò non mi fece vedere dentro, ma man mano che gli occhi si abituavano, cominciavo a scorgere strane figure in chiaro. Silhouette in nero, luccichii, acconciature, tacchi, scollature, eravamo finiti in una casa di ricchi imprenditori cattolici, con i figli di 15 anni che sembrava ne avessero 6. Meno male che c’erano anche i fratelli più vecchi, che avevano 18-20 anni e sembravano puttanieri incalliti. In questa situazione “onirica” il mio amico “puntò” subito la sorella bella del padrone di casa e mi mollò all’istante. Io ero sola in mezzo alla sala con tutti gli occhi addosso. Mi sentivo un marziano. La mia mente stava elaborando una scusa per giustificare la mia presenza in quel luogo, un indio al ballo delle debuttanti. Nel momento in cui stavo per dire qualcosa in sioux, qualcuno mi afferrò e mi “estrasse” dal problema. Era l’amico del mio amico, mandato dal secondo a salvarmi. Non per amore ma forse per il ricordo dello sguardo di mio padre. A questo punto cosa può capitare? Ma che ti scappi la pipì, naturalmente. Scoprimmo che il bagno era occupato da un fratello maggiore con una probabile lolita. Così l’amico mi accmpagnò in giardino, che nel frattempo era completamente ricoperto da una coltre di soffice neve. Rientrammo e io passai tutta la sera a guardare il mio amico ballare, musiche da discoteca, giudicate da lui inni imperialisti e slogan consumistici. La ragazza era bellissima, truccatissima, altissima e fasciatissima in un vestito nero lucido, un sogno. Sono sempre stata dell’idea che essere sconfitti da un nemico all’altezza è quasi una mezza vittoria, e io quella sera trasformai un disastro in una bella serata. Feci conoscenza con tutti i marmocchi viziati a cui raccontai delle “balle mitiche” sulla mia famiglia indiana, su quella adottiva di rom da cui scappai, del circo dove lavorai accudendo le fiere, ecc. ecc. Quando ritornammo a casa, non ebbi cuore a sgridare il mio amico per la ragazza, era così bella. Durante il ritorno scivolammo con la vespa per colpa della copiosa nevicata, arrivai a casa bagnata, sporca e distrutta, ai miei tempi a 14 anni eri a letto alle 10.30 era già l’1. Per fortuna il giorno dopo c’era il pranzone del primo dell’anno a consolarmi, con il concerto di Vienna e tante belle ballerine, ma non così belle come la ragazza che mi aveva soffiato il moroso.

P.S. Avete mai provato a fare la pipì sulla neve, quando la fate, dopo rimane un bellissimo buco rotondo , sapete cosa c’era sotto la neve quella sera? L’orto.

D.R.C.

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