LA PALMA ULTIMO ATTO “GLI STORNI”

Tornai a casa e ad accogliermi c’erano quattro storni e un’aquila imperiale (incazzata) ad aspettarmi, mi diede in mano gli storni e la minaccia di uccidermi se non li avessi sfamati e accuditi.

Rimontai in macchina e andai a prendere la carne macinata, subito accantonata. Gli storni gridavano dalla fame e tiravano il collo aspettando il cibo.

Non sapevo che pesci pigliare, anzi, che insetti pigliare. I genitori degli storni giravano sopra la mia casa e chiamavano i pulcini.

La scena era straziante.

Pensai che se avessi messo i pulcini piu’ in alto possibile , magari, i genitori se li sarebbero ripresi o almeno custoditi e sfamati.

I Pulcini, per chi non lo sapesse, di giorno devono mangiare ogni ora.

Quindi, munitomi di larve e mosche secche ( da far rinvenire con acqua e inserite in una siringa senza ago) dovevo infilare fino al gozzo il cibo.

Se non si infila fino al gozzo, come fanno i genitori, i pulcini sputano fuori tutto.

Quella notte la passai in macchina guardando la palma e il nido artificiale , pregando Dio che i genitori vedessero il nido.

Da allora mi resi conto di tante cose e una su tutte e che di notte c’e’ un  traffico enorme di gente che va’ e che viene e se si rimane in macchina di notte, quelli che passano, ti guardano strano.

Vidi il sole sorgere, una cornacchia posarsi sopra il tetto, il vicino che andava a pescare, il mondo svegliarsi.

Ma nessun volatile si appoggio sul nido.

Un mese ci vuole perche’ volino via, nel frattempo passai notti insonne, pomeriggi a cercare vermi sull’argine del fiume, caccie interminabili agli insetti.

Per essere precisi quaranta giorni a pulire, prima, il nido sostituendo la carta e i vari panni pieni (ma veramente pieni) di guano, e poi a pulire il pavimento del salotto.

Salotto adibito a nursery, quando aprivo la porta e mi volavano sopra la testa mi sembrava di venire attaccato, Gli uccelli di Hitchcock  non erano niente a confronto.

Una cosa curiosa fu’, che un giorno entrai e mi incazzai con gli uccelli, alzando la voce, da quel momento non riuscii piu’ a prenderne uno e mi stavano lontanissimi.

Tutto sommato, pensai, che fosse un bene che stessero alla larga dagli umani.

Capii anche una cosa che e’ rimasta indelebile su di me, capii quanta fatica fanno gli uccelli a sfamare i piccoli, feci fatica io, figuriamoci due alette di pochi grammi , sfamare quattro bocche sempre affamate.

Che animali meravigliosi.

Alla fine aprii le finestre e se ne volarono via.

A me rimase da ritinteggiare la sala pranzo , pulire i mobili e tutte le fughe delle mattonelle, ultima stanza della casa che non volevo tinteggiare.

A.L.

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