LA CELLA FRIGO

Tra le mete preferite per le mie vacanze c’è sempre stato il mare. Non i centri balneari pieni di gente ma il mare vero quello ancora senza tanta gente. Tra le prime esperienze da ragazza, c’è stata per molto tempo la ex Yugoslavia. Partivamo in tanti, a scaglioni, per arrivare a Seline piccolissimo paesino a 35 chilometri da Zara. Là la spiaggia era una lunga distesa di sassi bianchi, l’acqua del mare trasparente e fredda, sembrava quella delle cartoline. Era stata scelta questa località senza scogli per il problema dei bambini e di quanti pochi soldi avessimo a disposizione. Ci dividevamo in due grandi gruppi, quello del campeggio e quello della casa. Io per un pò di tempo feci parte del primo. Qualche anno dopo provai l’esperienza del campeggio, tutto al sole, circa cinquanta tende, con quattro gabinetti, quattro lavelli, due docce e due lavelli per i piatti, doccia rigorosamente fredda, usata solo da noi italiani. Al mercato vendevano, angurie tipo sapone, pomodori, cipolle, peperoni. Là veramente impari che cos’è una cucina povera  Allo spaccio, dove alle sette del mattino c’era una coda di trenta persone, vendevano una volta alla settimana il latte, l’olio di semi, le uova, il salame ed il formaggio, tanto che la prima volta che lo trovai la signora insisteva per vendermene una forma ed io pensai, che volesse fregarmi. Il formaggio lo trovai in vendita solo l’anno dopo. Però là c’era già il succo ACE. Il pane era di un tipo solo tanto che noi per scherzare al panettiere, che non capiva una parola, chiedevamo di darci, tre rosette, due corni, tre montasù, lui ci guardava, pensando che fossimo degli idioti e poi ci dava sempre lo stesso parallelepipedo di due o tre chili. Il macellaio aveva un negozietto dove sul banco c’era solo del salame e del pane, lo offriva ai clienti, con del vino acidulo di casa. Dietro il bancone c’era la cella frigorifera. Una volta Ornella decise, in occasione del compleanno di un nostro amico, per lui in campeggio tutti gli anni si preparavano gli gnocchi, di lanciarsi in un impresa culinaria senza paragoni: le scaloppine al limone, per trenta persone. Al mattino presto mi avviai con Ornella, dal macellaio. Il macellaio era il classico macellaio dell’immaginario collettivo, io lo immaginavo lordo di sangue fare strage di agnellini. Ci accolse con un gran sorriso e ci offrì, alle sette del mattino, mezzo litro di aceto caldo e sei fette, tagliate con l’ascia, (quella degli agnellini) di salame. Io declinai l’invito gentilmente, ma lui si mostrò offeso, così passai la palla ad Ornella, dicendogli di non fare storie o ci avrebbe sicuramente fregato. Lei con un sorrisino si ingoiò tre etti di salame, in due fette. Cominciammo a spiegare, al macellaio, il motivo della nostra visita: ci servivano trenta fettine di vitello, semplice. Prima ci guardò studiandoci e poi scosse la testa, non aveva capito niente. Ornella partì con il suo solito:” Buon uomo” al che, io mi bevvi il primo bicchiere di aceto caldo. Lei faceva lo spelling di tutte le parole, ed il macellaio muoveva la bocca contorcendola, cercando un suono che potesse essere uguale a qualcosa che conosceva. Io pensavo di essere alla prima lezione per audiolesi . Scrollando la testa disperatamente, ci fece capire che si era arreso, ma poi il lampo di genio. Con un gesto della mano, ci fece passare dietro il banco e ci spalancò la cella frigorifera. Si avvicinò prima Ornella, io mi scolai l’ultimo aceto e con un principio di ulcera perforante, spinsi dentro Ornella. Faceva come la mia gatta quando fuori piove, si piantò come un mulo. L’ultima spinta ce la diede il macellaio, così fummo dentro la cella. Nella semi oscurità intravidi dei corpi appesi con sottostanti catini pieni di qualcosa che sembrava sangue, in quel periodo ero vegetariana strettissima. Dissi ad Ornella :” E ordina sto accidenti di vitello” e lei con le mani davanti gli occhi ed il dito puntato nel vuoto:” Ecco sì, mi sembra quello, mi raccomando che sia magro.” Uscimmo di corsa dall’incubo, io mi mangiai un boccone di pane per avere un altro bicchiere. Il sorridente macellaio dopo un pò arrivò con il grosso pacco, pagammo e salutammo. Ornella andò a casa, io in tenda, mangiai tre etti di riso per farmi passare l’acidità di stomaco. Al pomeriggio, grande catena di montaggio per la preparazione degli gnocchi, ma sorpresa, non c’era il secondo. Seppi in seguito che nel pacco di carne non c’era, il vitello per le famosissime scaloppine dell’Ornella, ma un tenerissimo agnellino massacrato dal sanguinario macellaio. Agnellino regalato poi alla padrona di casa. Alla domanda come hai fatto ad avere il coraggio di comprare l’agnellino, Ornella rispose che lei non aveva neanche guardato dentro la cella, ma aveva segnato a caso qualcosa nel buio. C’era andata bene quella volta e se nella cella non ci fossero stati solo tenerissimi agnellini? HA! HA! HA! HA! HA!

P.S. Ogni volta che passavamo davanti al macellaio con Ornella, io lo salutavo dicendo:”Ciao hai agnellini per signorina deficiente?”

D.R.C.

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