DI UNO SPIRITO COLORATO

Che ne dite di mangiarci un Kebab? -. Cinzia aveva posto la domanda con il suo solito fare distratto, ma il fatto che scrutasse avidamente la via alla ricerca di un ristorante turco dove mangiare, faceva chiaramente intendere lo stato del suo stomaco: riserva!!!

Sììì, daiii, come ai vecchi tempi -, esultò Bea, iniziando a saltellare a destra e a sinistra.

La proposta fu accettata senza grossa difficoltà.

Il Kebab era diventato, negli anni in cui avevano condiviso quella grande esperienza, che è l’essere studenti all’estero, un po’ un sinonimo per dire “stomaco pieno al minor prezzo”. Inoltre le serate trascorse al parco, nella penombra del Biergarten, avevano assurto quell’alimento a metafora di vita fuori casa.

Lui in effetti, lì a Berlino, non ne aveva ancora visti di kebabari (come avevano ribattezzato i chioschetti dediti alla vendita del panino arabo), ma ad essere sinceri non si era sprecato più di tanto in ricerche. Eccolo lì! -. Cinzia indicò un piccolo gazebo rotondo dall’altra parte della strada, fra gli alberi.

Siamo sicuri di non volerne cercare un altro? -, chiese lui dubbioso, catalogando subito il posto come “sfigato”.

Ho fame -, tagliò corto Cinzia.

La giornata era rimasta ventosa ed il sole si era mostrato a sprazzi fra i lunghi colli delle numerose gru, che intasavano il cielo della città. Si sarebbe potuto pensare di essere ancora in pieno dopoguerra, se non fosse stato per l’eccezionale normalità che saliva dalle vie e dai palazzi. In ogni caso fervevano grandi lavori di rinnovamento, per dimostrare al mondo che, Berlino, se possibile era ancora più viva di quanto già non sembrasse.

Il gruppetto di amici si stava approssimando allaBrandenburger Tor, immensa porta simbolo delReich, e fu proprio ad un centinaio di metri da questa che lui, complice un raggio di sole a cavallo di un soffio di vento, per un attimo ristette, col boccone alla cipolla piantato in bocca, rapito da qualche cosa.

Rapidi colpi di gessetto blu turchese sfumati ad un azzurro cielo avevano segnato il mondo. Poi un mano rapida e sporca di terra di Siena si era lanciata a graffiare con un violetto che era anche blu notte, e così le forme che scaturivano da quei gesti decisi e voluttuosi sembravano prendere vita.

Lui rimase per un istante inebetito ad osservare fra le gambe ed i corpi dei passanti, che a ondate gli nascondevano la vista di quel variopinto delirio silenzioso. Come le fronde degli alberi celano, con i loro movimenti, la luce del sole, così le persone si frapponevano fra lui e quel mondo colorato, lasciandolo in ombra per qualche momento, poi rimettendolo alla luce di quell’universo.

Inghiottito il boccone, si mosse verso quel centro d’attenzione.

Superata una sparuta ed esile barriera di Spiriti, che a dire il vero non oppose che una blanda resistenza, si affacciò al balcone di una spalla e sbirciò da vicino.

Vide una donna, semi distesa a terra, con jeans ordinati e maglietta in tinta, gambe allungate di lato, la destra sotto e leggermente piegata, la testa reclina su di un lato. La mano sinistra era preposta a reggere il peso di tutto il corpo, mentre la destra a tradurre in gesti ciò che l’istinto incitava a gran voce, ciò che balenava in un flash nella sua mente, ciò che si rivelava essere un’idea più colorata delle altre.

L’immagine a terra, che si contorceva nelle forme che andava lentamente assumendo, era di uomo seicentesco, con forme ricche ed abbondanti, capelli arruffati ed occhi grandi. La carnagione era chiara e due grandi ali iniziavano a schiudersi dietro di lui.

Lui scrutava la scena, rapito da quei gesti che, nel contatto del gessetto giallo canarino, trasmettevano energia alle dita ed alle unghie di quell’angelo d’altri tempi. Non c’era spiegazione per quella magia, se non il riflesso che gli occhiali della donna rimandavano del sole. Quel riflesso, più d’ogni altra cosa, parlava di pensieri inspiegabili che si materializzavano alla velocità del sogno dietro le spesse lenti da vista, semplicemente perché la donna disegnava ciò che vedeva. Nulla di più facile, dunque, che dare vita a qualche cosa che già esiste, con colori e desiderio.

Chi sei? -. Le parole non gli uscirono dalla bocca, ciononostante lui le udì distintamente e le interpretò inconfutabilmente come sue.

Una che disegna -, rispose con sincera ovvietà la donna che non si era spostata di un centimetro.

Come puoi fare questo?

Questo cosa?

Dare vita ai tuoi pensieri.

Non è difficile, basta farlo.

La risposta lo lasciò turbato, perché in effetti non aveva senso. Ci pensò su per qualche istante, mentre l’angelo incominciava a muovere un braccio per grattarsi un polpaccio. Rimuginò quelle parole mentre la figura, sul selciato della terra, incominciava a scrollarsi di dosso la polvere dei gessetti colorati, tuttavia ancora priva di una bocca e di buona parte della gamba sinistra.

Non capisco -, sbuffò alla fine.

Non c’è nulla da capire, c’è solo da sentire.

Ancora parole senza senso. Alla fine decise che semplicemente la donna aveva

una dote che lui non possedeva, nulla più. Non c’era niente da spiegare o chiarire: era così e basta.

Mi piace quello che fai.

Mi fa piacere -, sorrise la donna, sollevando appena il volto, ma rituffandosi

subito nel turbinìo cromatico che le stava tempestando sotto.

Quel centro colorato, sotto la Brandenburger Tor, aveva quasi un che di metafisico, come se si trattasse di una porta spalancata su di un’altra dimensione dalla quale, prima o poi, sarebbe uscito magari un angelo… o un demone, a seconda.

L’angelo, dal basso del selciato, girò la testa con uno scatto nervoso.

Prova dolore? -, chiese incuriosito.

No, non credo…

Non lo sai?!?

Non ci ho mai pensato. Io mi stanco molto ma se non partorissi i miei sogni

ed i miei incubi morirei prima ancora di nascere.

Perché quando parli non si capisce mai quello che vuoi dire?

E’ così.

Il dialogo silenzioso, fra le falde dei pensieri, proseguiva con un cielo in cui le nubi si erano fermate, fra una folla che non si agitava più, in un città che si era addormentata.

Ma le altre persone che dicono?

Di cosa?

Di questa… di questa cosa. Non lo so, non ne parlano mai, anche se credo che in pochi possano davvero vedere tutto quanto.

Perché?

Perché le esistenze sono vissute sempre di corsa e nessuno si ferma mai ad osservare quello che gli sta attorno, figuriamoci il graffio di un sogno.

Possibile che tu debba sempre parlare difficile?

Che vuoi che ti dica?

Ci pensò un attimo. –   Niente, va bene così -, decise alla fine.

Uno scatto catalizzò per un attimo la sua attenzione. L’angelo aveva dato uno strattone per liberarsi dal cemento e dall’asfalto, ma era ancora incompleto e non gli era riuscito di venir via. Ora se ne stava con i gomiti appoggiati a terra ed il mento nella coppa dei palmi, col busto che spuntava dal marciapiede. Si guardava attorno sbuffando.

Irrequieto… ma ho quasi terminato.

Lo stai dicendo a me o a lui?

A tutti e due -. Sorrise di nuovo, con aria stanca, mentre un leggero soffio di vento le spostò per gioco una ciocca di capelli, depositandogliela sul naso. Lei la sbuffò via. La ciocca di capelli volò, persa nel vento.

Sei una persona strana

Anche tu

Io?!?

Perché dovrei essere io quella strana?

Beh… Questione di punti di vista -, concluse la donna. – Se tutti si affannano a destra e a sinistra per una vita frenetica, quelli che si fermano per un attimo diventano strani esseri che cercano di opporsi alla corrente. Credo di sì -. Non ci aveva mai pensato, in effetti, a tutte quelle cose e non è che il discorso nel suo insieme lo convincesse, ma quei colori continuavano a rapirlo, quei movimenti sicuri ed esperti gli parlavano di un sentimento, e tanto bastava.

Un altro scatto e l’angelo si tirò in piedi, nel mondo reale. Strattonò per qualche istante la gamba sinistra, per liberare l’alluce dai colori, poi si stiracchiò, e sotto gli occhi stupidi ed increduli di lui, si allontanò con andatura barcollante.

Perché non vola via?

Non credo possa volare.

Come mai?

Mi sa che non gi ho disegnato un pezzo di ala.

Ma cosa…

Ha avuto fretta di andarsene, che avrei dovuto fare? Non è che i disegni mi vengano sempre perfetti.

Ma sono i tuoi pensieri, i tuoi sogni.

E con questo? Tu ricordi sempre un sogno quando ti svegli la mattina?

Beh, no, ma…

E se hai qualche cosa in testa, un’immagine, riusciresti a rappresentarla perfettamente su un foglio bianco?

Veramente a volte ho l’impressione che scappino a bell’apposta per non farsi prendere.

Vedi? Magari è perché mi sono messa a parlare con te e quindi, distratta, non sono riuscita a mantenere la concentrazione sul disegno e l’idea è sfumata fino ad andarsene… incompleta.

Il ragionamento non faceva una grinza, ebbe a considerare, ed in un certo senso quelle osservazioni lo facevano sentire colpevole.

Ci muoviamo? Ci mise un istante di troppo per capire che la voce non era più quella della donna.

Allora? -. Cinzia lo scosse per una spalla. – Ci sei? Dobbiamo restare qui tutto il giorno a guardare il disegno? Se n’è andata anche la signora che lo stava facendo.

Un rapido sguardo stupito gli confermò che in effetti non c’era quasi più nessuno della piccola cricca che si era formata a guardare la donna, né tanto meno c’era lei.

Sì, scusa, è solo che…

Cosa?

Nulla, non ti preoccupare.Recuperati gli amici spagnoli abbioccati su di un praticello lì vicino, passarono

sotto la Brandenburger Tor e proseguirono il loro giro turistico per Berlino.

CAMPORESE ANDREA

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